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Il debito mondiale raggiunge il record storico

di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm 10 Gennaio 2018

Benvenuti nell’anno del tapering. Nel 2018, per la prima volta, tutte le principali banche centrali saranno impegnate nella riduzione dei propri bilanci. Dopo l’inondazione di liquidità degli ultimi anni, le economie di mezzo mondo dovranno ora provare a camminare da sole nella nuova fase del ciclo. Nei prossimi mesi la Fed continuerà ad innalzare il livello dei tassi, mentre a partire da questo mese la quantità dei titoli acquistati dalla Banca Centrale Europea ha cominciato praticamente a dimezzare. Gli stimoli monetari globali hanno permesso il ritorno alla crescita, portando le valutazioni azionarie alle stelle, ma hanno avuto anche un altro effetto: quello di trascinare il livello del debito mondiale al record assoluto.

 

Secondo l’Institute of International Finance il debito mondiale ha raggiunto l’incredibile cifra di 233.000 miliardi di dollari, ovvero il 325% del Pil mondiale. La maggior parte di questo debito è stato contratto dalle istituzioni non finanziarie: principalmente le imprese (68.000 miliardi di Dollari), seguite dai governi (58.000 miliardi), dalle istituzioni finanziarie (53.000 miliardi) e infine dalle famiglie (44.000 miliardi). Considerando l’intera popolazione mondiale il debito pro capite è di 30.000$ per ciascun individuo, inclusi i neonati. I risultati di crescita relativamente maggiori sono arrivati dall’Asia (soprattutto dalla Cina), dove sia il settore privato sia quello pubblico hanno moltiplicato l’attività di credito e dove il fenomeno è stato favorito anche dalle nuove aziende del Fintech.

 

Il ciclo del debito

Il problema con il debito è che non tende a crescere quando le cose vanno male ma proprio quando le cose vanno bene. Durante gli anni che hanno seguito la crisi, le banche centrali hanno abbattuto il costo del credito e acquistato in prima persona obbligazioni private o pubbliche. I teorici dell’austerità, che individuano nel debito la causa di ogni male dell’economia, vedono in questo ciclo una spirale che, agendo come una zavorra, impedisce all’economia di crescere. È un po’ come se all’interno di ogni ripresa economica si gettassero i semi della prossima crisi. Il debito impedisce il progresso dell’economia, mantenendo artificialmente in vita le iniziative meno virtuose e impedendo all’economia di sfruttare i momenti di crisi per correggere i suoi interessi strutturali.

 

Nei casi più estremi i costi di questo meccanismo di interessi distorto finiscono per abbattersi sulla comunità, come è successo quando le banche sono finite in risoluzione per aver elargito prestiti con facilità o, più in grande, quando si è c'è stata la crisi dei mutui sub-prime. D’altro canto il debito permette di aumentare le dimensioni dell’economia e questo vuol dire più benessere, se non per tutti, certamente per alcuni. Si tratta di individuare il giusto equilibrio, quello che permette all’economia, sballottata in continuazione da una parte all’altra del ciclo, di crescere in modo continuo e sostenibile. Quando questo non avviene, è compito delle banche centrali far sì che il processo continui senza intoppi, limitando il più possibile i danni.

 

Rischi per l'economia?

In questo momento, il livello che il debito globale ha raggiunto è un elemento che i banchieri centrali stanno tenendo sotto attenta osservazione. Quando si attuano quei programmi di stimolo dalle dimensioni senza precedenti che abbiamo visto in questi anni, il rischio di creare una crisi di credito è sempre dietro l’angolo. La politica monetaria accomodante, infatti, da una parte inflaziona il prezzo degli asset, dall’altra incentiva il credito, riducendone i costi al minimo. È fisiologico che l’aumento dei tassi di interesse possa creare dei rischi in questa situazione. Si aggiunga anche che la valuta forte non favorisce, almeno in Europa, i debitori. Tutto questo non fa altro che suggerire cautela ai banchieri. Crediamo che la stretta monetaria sarà dolce nei prossimi 12 mesi e se dovessimo essere sorpresi è più probabile aspettarci una politica più espansiva che una più restrittiva.

 

Il comparto obbligazionario

Per quanto riguarda gli investimenti, gli effetti più diretti si faranno sentire ovviamente sul comparto obbligazionario, dove nei prossimi mesi assisteremo a un riequilibrio tra la domanda e l’offerta. Nelle ultime settimane in Europa abbiamo assistito, soprattutto per quello che riguarda il comparto societario, a una vera e propria corsa al credito, soprattutto da parte delle aziende. Nei prossimi mesi, i costi delle operazioni di prestito dovrebbero aumentare, sia per la crescita della domanda di credito (sostenuta anche dalla migliorata situazione economica) sia per la contrazione dell’offerta di moneta. La crescita dei tassi si ripercuoterà sull’asset class obbligazionaria in senso negativo. Alcuni comparti, dopo aver corso molto nei passati anni, potrebbe avere meno appeal (pensiamo per esempio alle high yield europeo). Una corretta gestione della segmentazione e il controllo della duration sono d’obbligo in questo periodo.

 

In definitiva, c’è da allarmarsi? Nel breve periodo non c'è di che allarmarsi, anche se ci sarà da tenere d’occhio con molta attenzione la reazione dell’economia ai cambiamenti della politica monetaria. Nel lungo periodo è evidente che la crescita del debito è motivo di preoccupazione; non si dimentichi, tuttavia, che è sbagliato generalizzare e che la misura del debito deve essere sempre valutata in termini relativi. Sicuramente più preoccupante, per esempio, è la crescita del debito pubblico per far fronte alla crisi. Nonostante il debito globale abbia fatto segnare un record in termini assoluti, esso è diminuito in termini relativi grazie all'espansione del Pil. Questo vuol dire che finché la crescita sarà sostenuta è inutile allarmarsi, nel lungo termine chi vivrà vedrà.

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