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Corea del Nord, cosa succede per gli investimenti?

di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm 11 Settembre 2017

Le ultime settimane sono state caratterizzate dall’aggravarsi della situazione in Corea del Nord. L’acuirsi della tensione ha portato molti a chiedersi quale potrebbe essere l’effetto di un peggioramento della crisi. Di certo non è la prima volta che la Corea guadagna le prime pagine dei giornali: questa volta ciò che è diverso rispetto al passato è che il programma di sviluppo nucleare ha raggiunto nuove fasi di sviluppo e gli armamenti nella disponibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbero arrivare a minacciare il territorio statunitense.

 

Gli interessi in campo
Ovviamente da questo semplice fatto non deriva la conseguenza che ci troviamo alle soglie di una guerra catastrofica. Se dovessimo guardare a un’analisi razionale della situazione l’escalation non è nell’interesse di nessuno, anche se dare per scontata la razionalità delle parti in causa, specialmente quando una di esse è il giovane dittatore Kim, potrebbe essere in questo caso un errore fatale. Il manuale della guerra fredda suggerisce che le armi atomiche servano principalmente come deterrente, come uno strumento difensivo estremo per garantire l’esistenza del proprio Stato.


Dall’altra parte gli Stati Uniti sanno bene che un intervento sarebbe complesso senza mettere a rischio i propri alleati: Corea del Sud e Giappone prima di tutto. Ciò vuol dire che la situazione è avviata verso uno stallo? Sarebbe di certo prematuro affermarlo, anche se l’ipotesi di una guerra distruttiva resta poco probabile.


Il problema coreano potrebbe tornarne a ridimensionarsi, ma potrebbe anche rimanere sullo sfondo per molto tempo.

 

Che impatto ha questa situazione sui mercati?
Le conseguenze di un evento catastrofico potrebbero essere sicuramente severe. In questi casi, le strategie usuali di controllo del rischio, come la diversificazione, hanno dei limiti.
Di certo è difficile dire con precisione fino a che punto i mercati abbiano inserito nelle loro valutazioni la probabilità di un evento del genere, sicuramente il problema coreano non è una novità della politica internazionale, ma sarebbe difficile argomentare che i mercati abbiano già preso in considerazione la peggiore delle ipotesi sul campo. Non abbiamo visto nelle ultime settimane una vendita delle asset class più rischiose, le valutazioni non sono scese e anche l’aumento della volatilità che ha caratterizzato la seconda metà di agosto non è durato a lungo.

 

Quale è la spiegazione? Si potrebbe pensare che i mercati non hanno la capacità di valutare un evento dalla bassa probabilità e dall’alto potenziale di rischio, un cosiddetto cigno nero. Questo è vero nella maggior parte dei casi, ma il contrario logico di questo argomento porterebbe all’inazione: evito di investire perché una catastrofe naturale potrebbe colpire il pianeta, affossando i mercati azionari. Si potrebbe anche sostenere che i mercati non considerino l’ipotesi di un conflitto realistica e che la convinzione generale veda il buon senso prevalere.

 

Ancora una volta, senza lasciarsi convincere dai catastrofismi e senza correre il rischio di rimanere paralizzati nel punto zero dell’inazione, il consiglio è quello di evitare di caricarsi di asset class rischiose, senza però focalizzarsi sulla crisi coreana, che tra l’altro non è l’unico elemento di preoccupazione presente in giro per il globo. Il problema coreano potrebbe rimanere sullo sfondo ancora al lungo ed essere apprezzato gradualmente dai mercati. Cautela in questa fase è la parola d’ordine per costruire una strategia che permetta di sfruttare i dati macro incoraggiante nel medio periodo. Ricordando, però, che ci sono sempre dei limiti alla diversificazione, almeno finché non saremo in grado di diversificare su un altro pianeta.

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