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Al via l’era della Mifid 2

di Luigi dell’Olio, Monitorimmobiliare 6 Gennaio 2018

Il 3 gennaio si è aperta una nuova era per la distribuzione dei prodotti finanziari. Dopo una lunga attesa e diversi rinvii per consentire agli operatori di mercato di arrivare pronti all’appuntamento, è infatti entrata in vigore la Mifid 2, Direttiva europea incentrata su tre filoni: trasparenza nella comunicazione, adeguatezza dei prodotti ed educazione finanziaria per gli investitori.

 

Cosa cambia

Partendo dal primo versante, viene stabilito l’obbligo di indicare chiaramente i costi a carico del cliente, quindi non più solo in percentuale, ma nel loro ammontare in euro. La comunicazione deve essere aggiornata con cadenza annuale, distinguendo in maniera chiara tra costo della consulenza e commissioni sui prodotti. Gli intermediari finanziari devono fornire maggiori informazioni al cliente rispetto a quanto previsto finora, in modo da metterlo nelle condizioni di comprendere le caratteristiche del prodotto, per valutare che siano in linea con il proprio profilo di rischio e gli obiettivi di rendimento che si è dato.

Inoltre il prodotto d’investimento deve essere adeguato per il preciso profilo di cliente, considerando le sue esigenze, la predisposizione al rischio e le competenze finanziarie. Queste ultime dovrebbero crescere sia alla luce della crescente informativa imposta agli intermediari, sia sulla spinta dei programmi di formazione previsti dai soggetti pubblici.

 

Le attese del mercato

Per Marcello Agnello, direttore commerciale di Assiteca Sim, il cambiamento principale sarà quello che definisce la “morte del commesso multibrand”. Finora il sistema è stato più o meno il seguente: la società prodotto costruiva e immetteva sul mercato fondi comuni e comparti di Sicav che, alla luce di accordi distributivi, venivano poi collocati dal distributore ai clienti. “In capo al produttore, salvo il rispetto delle normative vigenti su prospetti e documenti informativi da rendere disponibili e pubblici, non gravava alcun onere particolare verso il risparmiatore”, ricorda Agnello. “Al distributore, reti di consulenti finanziari (ex promotori) e bancari, una volta rispettati gli obblighi informativi, di trasparenza e di condotta cui era tenuto, era pressoché consentito vendere qualsiasi strumento a qualunque cliente previa la verifica dell’adeguatezza dello stesso al profilo di rischio”. In virtù di questo contesto, tutte le principali società di distribuzione negli anni hanno siglato molteplici accordi con i principali marchi dell’asset management italiano e soprattutto internazionale, arrivando ad averne anche alcune decine”.

Con la Mifid 2 lo scenario cambia: produttori e distributori sono tenuti a una serie di adempimenti con l’obiettivo di assicurare che l’interesse del cliente venga perseguito durante tutte le fasi di vita dei prodotti emessi, da quando sono pensati e realizzati, a quando sono commercializzati e mantenuti nel portafoglio degli investitori. “Le nuove incombenze”, spiega, “comporteranno impiego di tempo e risorse che inevitabilmente produrranno due effetti: maggiori oneri e minori accordi distributivi”.

 

Banche, stime premature

Vista dal lato dell’offerta, Mifid 2 produce inevitabilmente una pressione sui margini e provoca un incremento dei costi per la ricerca e la compliance. Proprio questa novità normativa è tra i motori del risiko appena partito nel settore del risparmio gestito. Indosuez Wealth Management ha raggiunto un accordo con i soci storici di Banca Leonardo per rilevare la maggioranza della società italiana. Ersel ha firmato un impegno con Banca Albertini Syz che nei prossimi mesi porterà la società della famiglia Giubergia ad acquisire da Syz il 64,3% delle azioni. All’inizio dell’autunno era stato raggiunto un accordo per la cessione del 68% di Banca Intermobiliare, da tempo messa in vendita dai commissari liquidatori di Veneto Banca, a Trinity Investments Designated Activity Company.

A passare di mano, dunque, sono soprattutto le realtà di piccole dimensioni, evidentemente in difficoltà a gestire i costi crescenti della nuova normativa.

Per gli analisti di Standard and Poor's è comunque prematuro rivedere i rating sulle società finanziarie. Di sicuro l’impatto sarà negativo per i broker e le banche d'affari e parzialmente negativo per gli asset managers, scrivono gli analisti, mentre sarà positivo per le infrastrutture dei mercati finanziari e tutto sommato gestibile per le banche. Quanto all’impatto sui conti delle singole società è invece ancora presto per prendere posizione. 





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